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Crespi d'Adda, patrimonio di uomini
e non di pietre.

gennaio 2004 - Tra casette ben tenute e strutture degradate resiste un piccolo popolo dal futuro incerto. Reportage dal Villaggio operaio che è un pezzo di storia italiana. "Speriamo che questo patrimonio venga salvato. Non è soltanto un patrimonio di muri. C'è dentro la storia, le fatiche di tante persone". "C'è dentro una grande idea, una visione del mondo"
 
"E che cosa vuole che diciamo. C'è rassegnazione, ormai. La fabbrica è chiusa, lo sappiamo. Noi siamo pensionati, per noi non cambia niente. Resta un vuoto, ma non ci pensiamo".
Patrimonio dell'umanità, esempio mirabile di villaggio industriale, di simbiosi fra grande azienda e territorio, di scambio di energie e premure fra padroni e maestranze, Crespi d'Adda sonnecchia nel pomeriggio piovoso, le sue casette tutte uguali, le grandi ciminiere spente. l'Adda che in basso mormora contento delle piogge che gli ridanno fiato. Nessun lavoratore tornerà nella tessitura di Crespi dopo le vacanze di Natale, i capannoni resteranno li vuoti, in attesa. Di che cosa?
Dice il parroco, don Luigi Cortesi, autore di un esauriente volume sulla storia di Crespi d'Adda: "Dal punto di vista dell'occupazione, del lavoro, la chiusura e il passaggio del lavoratori nella struttura di Ponte San Pietro non significa molto. Il problema è di più ampio respiro, si tratta di un fatto storico negativo per l'insieme del Villaggio di Crespi. Anche perché del futuro non si sa nulla, se non vaghe idee. Il timore è che si rischia di perdere un patrimonio culturale, architettonico che la stessa Unesco definisce di importanza per tutta l'umanità. Il problema è che l'Unesco ci offre questo riconoscimento, regala questa affermazione, ma poi a dover intervenire sono gli enti, è il territorio, dallo Stato, alla Regione, alla Provincia, al Comune. Anche ai privati, certo".
E, in un certo senso, i privati la loro parte la fanno. Le casette sono tutte ben sistemate perché alla metà degli Anni Settanta vennero cedute dall'azienda. Ormai i proprietari non erano più I Crespi che erano usciti di scena nel 1930, in seguito alla grande crisi mondiale. Spiega Alberico Crotti, che ha 66 anni e che è rimasto in fabbrica per la metà degli anni della sua vita: "Mi raccontava mio papà che i Crespi non volevano licenziare nessuno. Allora i dipendenti erano circa quattromila, nel Villaggio abitavano 1250 persone. Tutti gli altri venivano dai paesi attorno. I Crespi si impegnarono troppo con le banche, dovettero cedere". La manifattura passò alla STI, poi alla Rossari e Varzi che nel 1972 fu posta in liquidazione. Fu allora che il patrimonio del Villaggio venne venduto. Quasi tutte le casette andarono a coloro che vi abitavano.
Parti del patrimonio edilizio accusano una grave decadenza. Il lavatoio per esempio. Le parti comuni dei "palazzotti", per esempio. E parti del grande stabilimento. Adriana D'Adda ha 63 anni, ha lavorato per 37 anni negli uffici della tessitura. Qui lavoravano suo padre e sua madre e prima ancora i nonni. Dice: "Questo posto mi è entrato nel sangue. L'abbandono mi da un senso di tristezza. Del resto erano anni che le cose andavano in questa direzione. Però avevamo ancora speranza perché di crisi profonde ce ne sono state anche in passato e tutte superate bene. Io ricordo bene la crisi del 1972-73, per esempio, anche allora sembrava finita, invece riprendemmo. E così avevamo ancora una speranza. Adesso non sappiamo che cosa riserverà il futuro, ma speriamo che questo patrimonio venga salvato. Non è soltanto un patrimonio di muri. C'è dentro la storia, le fatiche di tante persone".
C'è dentro una grande idea, dice don Luigi, una visione del mondo, un senso di solidarietà tra classi sociali diverse, un'etica. Questa di Crespi è una testimonianza che parla più di tante parole e di tanti libri. Una testimonianza malata: negli anni se ne sono andati il macellaio. il fruttivendolo, il calzolaio. L'ultimo a chiudere i battenti è stato il tabaccaio. Resiste il piccolo negozio di Giuseppina Colombo che ha 75 anni e che non vuole arrendersi. Suo padre era il falegname di Crespi, sua nonna fu la balia di Silvio Crespi. "In questo 'turismo Industriale' ci credo". Il nonno di Alberto Enzler venne qui dalla Svizzera a montare i telai. Non se ne andò più. Oggi Alberto Enzler ha 61 anni, abita qui, ma lavora altrove come perito chimico: "Spero che questo patrimonio venga salvato. Il mio timore è che anche questa grande realtà finisca come tanti esempi di archeologia industriale, come la Cesalpinia, come l'opificio di via Daste e Spalenga a Bergamo. Temo l'abbandono totale, il degrado, la distruzione. Ma forse qui andrà diversamente: siamo o non siamo patrimonio culturale dell'umanità?"

(tratto dall'articolo di Paolo Aresi de L'Eco di Bergamo del 4/1/2004)